mercoledì 12 aprile 2017

RASHOMON. LA VERITA' MI FA MALE, LO SO.


Rashomon
La verità mi fa male, lo so
Ovvero
«Qual è» senza apostrofo



I

“Oh! Guarda chi si vede. Saverio carissimo, come va? Quanto tempo! Sempre con la pipa in bocca, eh? Da dove vieni?”
“Sempre con la pipa, come te con i tuoi sigari, Gabriele. Io non mi posso lamentare, trovo anche te in buona salute, se gli occhi non mi ingannano. Vengo dal tribunale, oggi si è tenuta l’ultima udienza del processo che vedeva coinvolto il nostro presidente, ti ricordi? Per quella faccenda di tanto tempo fa, ne sono passati di anni, cinque per la precisione, quanto ne parlarono i giornali!”
“Quale faccenda, che processo?”
“Come quale? Non fosti anche tu partecipe della disputa?”
“Non saprei, non avevo mai molto tempo all’epoca, di cosa si trattava?”
“Ma si che lo sai! Antonio Magiari escluse dal nostro pipa club Appia Anelli.”
“Non seguii la vicenda, ma ora che me lo dici, qualche vago ricordo fa capolino. Se non hai fretta, potremmo sederci sotto l’ombra di quegli oleandri e passare questo dolce pomeriggio discorrendo, come facevamo in passato, parlando delle cose della massima importanza.”
“Ben volentieri, oggi ho pagato un lavoratore che mi accudisce i maiali fino a sera, il tempo non mi manca.”
“Ebbene ricordami, cosa avvenne e come fu che i due vennero a lite?”
“Ricorderai almeno che vi erano due club di pipa, il nostro e il loro e che la Appia, presidente del suo, era membro del nostro come Antonio di quello di lei?”
“Certo, per Zeus!”
“Bene, tutto iniziò quando arrivò nel club della Appia quel nuovo membro, quello dai molteplici nomi, che si diceva essere di nobile stirpe, marchese addirittura.”
“Addirittura!”
“Eh…”
“Pensa tu! Ma non li avevano aboliti i titoli nobiliari nel nostro paese?”
“Si ma non era quello il punto. Il fatto fu che avvenne una discussione infinita tra Antonio e l’uomo dai molteplici nomi”
“Sempre stato cocciuto Antonio.”
“Mai quanto l’altro.”
“Ricordo vagamente che s’impuntava su ogni cosa, una volta sfidò a duello l’americano per via di una Dunhill pagata poche dracme, che risate.”
“Già, ma quello fu nulla; si mise a questionare all’infinito con Antonio intorno alla classificazione di due pipe.”
“Impossibile, Antonio è l’enciclopedia vivente delle pipe.”
“Lo so, lo so, ma sai come va il mondo, i nuovi arrivati hanno sempre fretta di commettere il parricidio che gli dia lustro. Avvenne anche all’Ateniese con Parmenide, quante notti passate sui libri a cercar di capire quella logica ineffabile, eppure così ferrea.”
“Né il nostro Antonio è stato mai meno rigoroso di Platone e sicuramente l’ebbe vinta anche in quell’occasione.”
“Sicuramente aveva ragione da vendere; d’altro canto il fatto era solare e le argomentazioni inconfutabili, ma l’altro non volle ammettere l’evidenza, creando una certa confusione tra gli innumerevoli giovani del club che vedevano in quell’affermazione d’anarchia la possibilità della via breve.”
“E quale sarebbe codesta via breve, o Saverio?”
“Hai proprio dimenticato tutto?”
“Scusami, l’età, sai…”
“La via breve, corpo di un cane, è quella che ti fa credere di possedere la conoscenza in assenza di qualsiasi fatica, persino di nozioni.”
Tá kalá kalettá, come dice il proverio”
“E si, corpo di un cane, le cose belle sono difficili e le difficili belle."
"Insomma, come finì?”
“Finì che Antonio esasperato non ne volle sapere più nulla del novizio dai molteplici nomi, né in pubblico come in privato, per lui non esisteva più, era come se l’avesse bandito dalla propria esistenza.”
“Mi pare giusto. Il silenzio disapprovante del maestro può insegnare meglio di molte parole all’ostinazione.”
“Già, ma l’uomo dai molteplici nomi, dall’animo ormai indurito, s’indignò e innanzi all’assemblea di tutti i soci lo additò alla pubblica esecrazione, sostenendo l'inesistenza del diritto inalienabile all’indifferenza; definendolo atto vile, bullo e spartano. Il bello fu che nello stesso momento in cui proclamava, per queste ragioni, l’indegnità di Antonio, egli stesso assumeva lo stesso atteggiamento nei confronti di altri. Il peggio fu che Appia lo spalleggiò, aggiungendo del suo.”
“Appia fece questo? non lo voglio credere.”
“Lo fece, in verità, e sulle prime ritornò sui suoi passi espellendo dal club l’uomo dai molteplici nomi, ma in breve tornò a riammetterlo. Costui, di nuovo in seno al club, andava in giro vantandosi come un pavone e sfidando a duello tutti coloro che gli chiedevano del perché del suo allontanamento e che, anzi, era lui ad essersene volontariamente andato. Proclamò solennemente che chiunque affermasse il contrario era deficiente, insultando così la stessa Appia che maternamente l’aveva riaccolto.”
“Appia lo cacciò nuovamente, immagino.”
“No, fece finta di nulla; anzi per meglio proteggerlo emanò una circolare per tutti i membri del club, con la quale stabiliva che qualora l’uomo dai molteplici nomi e qualcun altro fossero stati sorpresi a questionare, entrambi, a torto o ragione, sarebbero stati espulsi definitivamente.”
“Qualcosa di saggio, infine.”
“Sembrava anche a me così, ma Simonide di Firenze iniziò a questionare con l’uomo dai molteplici nomi.”
“E Apppia li cacciò, infine!”
“Macché! Fece nuovamente finta di nulla. Sicché, Antonio, ci riunì e ragionando apertamente disse: «Non trovo sensata, tra noi, la presenza di chi ci ritiene bulli e spartani» e decretò l’esclusione di Appia dal nostro club. Appia, a sua volta, comprensibilmente, si limitò a espellere Antonio e per proprietà transitiva sua sorella Francesca, sebbene non avesse detto né a né ba. Dopo un po' iniziò a espellere alcuni del nostro club a caso. La mattina dopo completò l’opera, espellendo i suoi più antichi e fedeli membri del suo club solo perché erano membri anche del club di Antonio.”
“Sembra una faida macedone.”
“E lo fu.”
“Nessuno chiese ragione di tale cieca furia?”
“In molti, ma l’unica risposta che ebbero fu che la verità sarebbe stata disvelata, come l’Essere, a luglio.”
“Perché, forse che il sole di luglio col suo splendore permette una migliore conoscenza del Bene?”  

“Non saprei, non conosco le dottrine esoteriche della scuola di Appia, non ero ancora stato introdotto ai sacri misteri. Ti posso solo dire che Appia convocò nuovamente l’assemblea di tutti i soci, ai quali spiegò che gli espulsi congiuravano contro la sua salute, con grave danno della sua stessa vita. Dopo di che fece causa ad Antonio chiedendo un enorme risarcimento per le sofferenze subite e subende, come disse il suo avvocato e, caso volle, che l’ultima udienza cadesse proprio oggi, a luglio.”



II

“Tortora?”
“Enzo, si.”
“E che faceva Tortora? Non ho capito mi scusi” chiese sempre più perplesso il giudice.
“Conosceva i congiuntivi e lo faceva pesare, per questo motivo è stato ingiustamente accusato e perseguitato” ribadì tutto d’un fiato Appia Anelli la parte attrice del processo, aggiungendo subito dopo, per la paura che se ne potesse poi dimenticare: “E ricordi che la figlia di Tortora scrisse «Non era facile, non fu affatto facile, molti imbecilli cercarono di distruggerlo con il solo presupposto che fosse un uomo antipatico e di grande successo»”, marcando col tono la parola ‘imbecilli’.  

“Capisco” bisbigliò il magistrato facendo vagare lo sguardo alla disperata ricerca di qualcosa che non c’era tra i fascicoli impilati innanzi al suo naso. “Veda signora, però, dovrebbe essere più puntuale, queste digressioni non servono, ci fanno perdere tempo, lei ha citato il convenuto, il signor Antonio Magiari, per ottenere un risarcimento di danni materiali e morali «per aver egli con tutti i mezzi a sua disposizione», le leggo le conclusioni del suo avvocato, «in proprio e in quanto presidente del più grande pipa club d’Italia, I Totali Imbecilli con la Pipa, minato la salute psicofisica e la serenità dell’attrice, per l’effetto si chiede la condanna...» insomma signora lei chiede un sacco di soldi sulla base di accuse ben precise, cerchi di essere puntuale” concluse il magistrato, con la fronte imperlata di sudore, osservando la liquida massa cobalto brillare  fluttuante dietro le spalle dell’attrice, incorniciata dalla finestra dell’aula, che lo chiamava a sé in quella assolata mattinata estiva.
“Ma certo vostro onore, ha perfettamente ragione” riprese la donna, tra i cui chiari occhi guizzò il balenìo d’una intuizione da dietro gli occhiali.
“E lo so che ho ragione – riprese il giudice – ma ogni volta lei ricomincia a raccontarmi dettagli irrilevanti, vediamo di venire al punto cara signora.”
“Ma il punto è questo vostro onore, lo ha appena letto lei. Loro appartengono al club dei Totali imbecilli con la pipa. Glielo dicevo che, appunto, Enzo Tortora era perseguitato dagli imbecilli, no?”
“La lasci perdere Tortora, la buon’anima…” sospirò in una sorta di sussurro di rassegnazione il magistrato.
“Tortora è importante – ribadì la parte attrice – ma ancora di più i congiuntivi, la grammatica, l’ortografia. Lei, per esempio, come scrive «qual è» con l’apostrofo o senza?”
Per un attimo il magistrato ebbe l’insopprimibile voglia di fare sgombrare l’aula o, al limite, di scappare da solo, in costume da bagno, attraverso le vie della cittadina, verso il mare che sempre più ipnoticamente sembrava richiamarlo; gli sembrava di sentire il rumore della risacca, lo stesso che tante volte fin da bambino per ore s’era fermato ad ascoltare, seduto sulla riva, lasciandosi ipnotizzare dallo spumeggiare delle onde.
“Non ha importanza” scartò esistenzialmente il giudice “vada avanti, dica quello che vuole.”
“È importantissimo, scherza? Ormai viviamo nel dominio di internet, l’era della tecnologia, la velocità; nessuno vuole più fermarsi a riflettere, solo io su internet combatto questa battaglia per salvare il decoro, il valore della conoscenza, anche attraverso i dettagli, i particolari. Sono importanti i particolari, sa?”
“Immagino, ma in concreto…” interrogò sollevata la mano sinistra del giudice, tutte le dita unite verso l’alto, a formare quel punto interrogativo a forma di carciofo che l’intonazione della voce non aveva avuto la forza di formulare.
“In concreto, mi hanno plagiata, tormentata, hanno limitato la mia libertà, non mi potevo più esprimere, dire quello che pensavo, per anni e anni mi ricattavano, vostro onore”, disse d’un fiato la parte attrice.
“Ecco!” s’illuminò il magistrato alla parola ricatto, il primo concetto giuridico che incontrava in quella causa, sebbene un eventuale approfondimento appartenesse al suo collega del penale e non propriamente alla sua competenza, ma purtuttavia era un concetto giuridico e non grammaticale o l’evocazione di remoti, quanto inconferenti, precedenti giudiziari.
“Ecco! Mi dica, la prego, del ricatto; che facevano, cosa minacciavano, quali suoi segreti possedevano? Dica, dica.”  

“Dico! certo che dico” riprese la donna, interpretando un po’ troppo liberamente l’autorizzazione del magistrato a dire le cose con una certa libertà, “mi tormentavano perché conosco i congiuntivi e lo sottolineo.”
Il magistrato pronunciò mentalmente la più formidabile bestemmia della sua vita, stringendo i braccioli della sua sedia fino a farsi male alle giunture delle mani, assentendo penosamente col capo affinché la donna proseguisse la sua narrazione.
“Mi ricattavano, perché non volevano che dicessi la verità sui loro congiuntivi, ero una persona scomoda, come Enzo Tortora.”
“Cara signora Anelli – provò a spiegare il magistrato – Tortora non era scomodo, fu fatto il suo nome da un pentito solo perché questi voleva… ma lasciamo andare; mi dica piuttosto di questi ricatti. Lei sa, vero, cos’è un ricatto? Come coartavano la sua volontà, cosa la costringevano a fare o non fare?” tentò un’ultima volta il giudice, afflosciato sul suo scranno.
“Si coartavano, bravissimo, coartavano – quanto mi piace questa parola – senza pietà. Dovevo quotidianamente – non ho detto ogni giorno, eh! – quotidianamente fingere entusiasmo di appartenere con gioia a quella combriccola” concluse trionfalmente la parte attrice Appia Anelli.
“Si, perdio, questo lo ha riferito anche il testimone che il suo avvocato ha citato la scorsa udienza, quel signore dai tantissimi nomi che ora non ricordo. Ho anche riletto il verbale di quell’esame testimoniale, egli ha detto solamente che lei gli aveva riferito la circostanza, non le modalità. Non abbiamo nessun fatto, neppure de relato” concluse affranto il giudice.
Al de relato gli occhi della parte attrice Appia Anelli brillarono di una gioia selvaggia: “Ho fatto il liceo classico, sa?”
“Ma porc…” si fermò in limine il magistrato, rendendosi conto che stava per trasformare in atto quello che poco prima era stato solo un peccato ‘in pensieri’.
“Bene, molto bene, concluda” sorrise il giudice.
“Sono anche campionessa nazionale di lento fumo, col loro club ho vinto il titolo badi, e qual è – lo scriverei senza apostrofo le rammento – la ricompensa? minacce, ritorsioni, ricatti, capisce ricatti! Anni e anni di ricatti, a me! Io che ho sempre lottato per i diritti degli esseri umani, per la loro dignità, per la cultura, la verità, anche se fa male, lo so”; nel dire le ultime sette parole la voce della parte attrice aveva preso una strana intonazione, come di cantilena, un motivetto faceva capolino.
“Bene, molto bene” ripeté il giudice alzandosi, e così sottintendendo la conclusione di quell’udienza, la cui voglia di giudicare s’era fatta urgente, urgentissima.