mercoledì 12 aprile 2017

RASHOMON. LA VERITA' MI FA MALE, LO SO.


Rashomon
La verità mi fa male, lo so
Ovvero
«Qual è» senza apostrofo



I

“Oh! Guarda chi si vede. Saverio carissimo, come va? Quanto tempo! Sempre con la pipa in bocca, eh? Da dove vieni?”
“Sempre con la pipa, come te con i tuoi sigari, Gabriele. Io non mi posso lamentare, trovo anche te in buona salute, se gli occhi non mi ingannano. Vengo dal tribunale, oggi si è tenuta l’ultima udienza del processo che vedeva coinvolto il nostro presidente, ti ricordi? Per quella faccenda di tanto tempo fa, ne sono passati di anni, cinque per la precisione, quanto ne parlarono i giornali!”
“Quale faccenda, che processo?”
“Come quale? Non fosti anche tu partecipe della disputa?”
“Non saprei, non avevo mai molto tempo all’epoca, di cosa si trattava?”
“Ma si che lo sai! Antonio Magiari escluse dal nostro pipa club Appia Anelli.”
“Non seguii la vicenda, ma ora che me lo dici, qualche vago ricordo fa capolino. Se non hai fretta, potremmo sederci sotto l’ombra di quegli oleandri e passare questo dolce pomeriggio discorrendo, come facevamo in passato, parlando delle cose della massima importanza.”
“Ben volentieri, oggi ho pagato un lavoratore che mi accudisce i maiali fino a sera, il tempo non mi manca.”
“Ebbene ricordami, cosa avvenne e come fu che i due vennero a lite?”
“Ricorderai almeno che vi erano due club di pipa, il nostro e il loro e che la Appia, presidente del suo, era membro del nostro come Antonio di quello di lei?”
“Certo, per Zeus!”
“Bene, tutto iniziò quando arrivò nel club della Appia quel nuovo membro, quello dai molteplici nomi, che si diceva essere di nobile stirpe, marchese addirittura.”
“Addirittura!”
“Eh…”
“Pensa tu! Ma non li avevano aboliti i titoli nobiliari nel nostro paese?”
“Si ma non era quello il punto. Il fatto fu che avvenne una discussione infinita tra Antonio e l’uomo dai molteplici nomi”
“Sempre stato cocciuto Antonio.”
“Mai quanto l’altro.”
“Ricordo vagamente che s’impuntava su ogni cosa, una volta sfidò a duello l’americano per via di una Dunhill pagata poche dracme, che risate.”
“Già, ma quello fu nulla; si mise a questionare all’infinito con Antonio intorno alla classificazione di due pipe.”
“Impossibile, Antonio è l’enciclopedia vivente delle pipe.”
“Lo so, lo so, ma sai come va il mondo, i nuovi arrivati hanno sempre fretta di commettere il parricidio che gli dia lustro. Avvenne anche all’Ateniese con Parmenide, quante notti passate sui libri a cercar di capire quella logica ineffabile, eppure così ferrea.”
“Né il nostro Antonio è stato mai meno rigoroso di Platone e sicuramente l’ebbe vinta anche in quell’occasione.”
“Sicuramente aveva ragione da vendere; d’altro canto il fatto era solare e le argomentazioni inconfutabili, ma l’altro non volle ammettere l’evidenza, creando una certa confusione tra gli innumerevoli giovani del club che vedevano in quell’affermazione d’anarchia la possibilità della via breve.”
“E quale sarebbe codesta via breve, o Saverio?”
“Hai proprio dimenticato tutto?”
“Scusami, l’età, sai…”
“La via breve, corpo di un cane, è quella che ti fa credere di possedere la conoscenza in assenza di qualsiasi fatica, persino di nozioni.”
Tá kalá kalettá, come dice il proverio”
“E si, corpo di un cane, le cose belle sono difficili e le difficili belle."
"Insomma, come finì?”
“Finì che Antonio esasperato non ne volle sapere più nulla del novizio dai molteplici nomi, né in pubblico come in privato, per lui non esisteva più, era come se l’avesse bandito dalla propria esistenza.”
“Mi pare giusto. Il silenzio disapprovante del maestro può insegnare meglio di molte parole all’ostinazione.”
“Già, ma l’uomo dai molteplici nomi, dall’animo ormai indurito, s’indignò e innanzi all’assemblea di tutti i soci lo additò alla pubblica esecrazione, sostenendo l'inesistenza del diritto inalienabile all’indifferenza; definendolo atto vile, bullo e spartano. Il bello fu che nello stesso momento in cui proclamava, per queste ragioni, l’indegnità di Antonio, egli stesso assumeva lo stesso atteggiamento nei confronti di altri. Il peggio fu che Appia lo spalleggiò, aggiungendo del suo.”
“Appia fece questo? non lo voglio credere.”
“Lo fece, in verità, e sulle prime ritornò sui suoi passi espellendo dal club l’uomo dai molteplici nomi, ma in breve tornò a riammetterlo. Costui, di nuovo in seno al club, andava in giro vantandosi come un pavone e sfidando a duello tutti coloro che gli chiedevano del perché del suo allontanamento e che, anzi, era lui ad essersene volontariamente andato. Proclamò solennemente che chiunque affermasse il contrario era deficiente, insultando così la stessa Appia che maternamente l’aveva riaccolto.”
“Appia lo cacciò nuovamente, immagino.”
“No, fece finta di nulla; anzi per meglio proteggerlo emanò una circolare per tutti i membri del club, con la quale stabiliva che qualora l’uomo dai molteplici nomi e qualcun altro fossero stati sorpresi a questionare, entrambi, a torto o ragione, sarebbero stati espulsi definitivamente.”
“Qualcosa di saggio, infine.”
“Sembrava anche a me così, ma Simonide di Firenze iniziò a questionare con l’uomo dai molteplici nomi.”
“E Apppia li cacciò, infine!”
“Macché! Fece nuovamente finta di nulla. Sicché, Antonio, ci riunì e ragionando apertamente disse: «Non trovo sensata, tra noi, la presenza di chi ci ritiene bulli e spartani» e decretò l’esclusione di Appia dal nostro club. Appia, a sua volta, comprensibilmente, si limitò a espellere Antonio e per proprietà transitiva sua sorella Francesca, sebbene non avesse detto né a né ba. Dopo un po' iniziò a espellere alcuni del nostro club a caso. La mattina dopo completò l’opera, espellendo i suoi più antichi e fedeli membri del suo club solo perché erano membri anche del club di Antonio.”
“Sembra una faida macedone.”
“E lo fu.”
“Nessuno chiese ragione di tale cieca furia?”
“In molti, ma l’unica risposta che ebbero fu che la verità sarebbe stata disvelata, come l’Essere, a luglio.”
“Perché, forse che il sole di luglio col suo splendore permette una migliore conoscenza del Bene?”  

“Non saprei, non conosco le dottrine esoteriche della scuola di Appia, non ero ancora stato introdotto ai sacri misteri. Ti posso solo dire che Appia convocò nuovamente l’assemblea di tutti i soci, ai quali spiegò che gli espulsi congiuravano contro la sua salute, con grave danno della sua stessa vita. Dopo di che fece causa ad Antonio chiedendo un enorme risarcimento per le sofferenze subite e subende, come disse il suo avvocato e, caso volle, che l’ultima udienza cadesse proprio oggi, a luglio.”



II

“Tortora?”
“Enzo, si.”
“E che faceva Tortora? Non ho capito mi scusi” chiese sempre più perplesso il giudice.
“Conosceva i congiuntivi e lo faceva pesare, per questo motivo è stato ingiustamente accusato e perseguitato” ribadì tutto d’un fiato Appia Anelli la parte attrice del processo, aggiungendo subito dopo, per la paura che se ne potesse poi dimenticare: “E ricordi che la figlia di Tortora scrisse «Non era facile, non fu affatto facile, molti imbecilli cercarono di distruggerlo con il solo presupposto che fosse un uomo antipatico e di grande successo»”, marcando col tono la parola ‘imbecilli’.  

“Capisco” bisbigliò il magistrato facendo vagare lo sguardo alla disperata ricerca di qualcosa che non c’era tra i fascicoli impilati innanzi al suo naso. “Veda signora, però, dovrebbe essere più puntuale, queste digressioni non servono, ci fanno perdere tempo, lei ha citato il convenuto, il signor Antonio Magiari, per ottenere un risarcimento di danni materiali e morali «per aver egli con tutti i mezzi a sua disposizione», le leggo le conclusioni del suo avvocato, «in proprio e in quanto presidente del più grande pipa club d’Italia, I Totali Imbecilli con la Pipa, minato la salute psicofisica e la serenità dell’attrice, per l’effetto si chiede la condanna...» insomma signora lei chiede un sacco di soldi sulla base di accuse ben precise, cerchi di essere puntuale” concluse il magistrato, con la fronte imperlata di sudore, osservando la liquida massa cobalto brillare  fluttuante dietro le spalle dell’attrice, incorniciata dalla finestra dell’aula, che lo chiamava a sé in quella assolata mattinata estiva.
“Ma certo vostro onore, ha perfettamente ragione” riprese la donna, tra i cui chiari occhi guizzò il balenìo d’una intuizione da dietro gli occhiali.
“E lo so che ho ragione – riprese il giudice – ma ogni volta lei ricomincia a raccontarmi dettagli irrilevanti, vediamo di venire al punto cara signora.”
“Ma il punto è questo vostro onore, lo ha appena letto lei. Loro appartengono al club dei Totali imbecilli con la pipa. Glielo dicevo che, appunto, Enzo Tortora era perseguitato dagli imbecilli, no?”
“La lasci perdere Tortora, la buon’anima…” sospirò in una sorta di sussurro di rassegnazione il magistrato.
“Tortora è importante – ribadì la parte attrice – ma ancora di più i congiuntivi, la grammatica, l’ortografia. Lei, per esempio, come scrive «qual è» con l’apostrofo o senza?”
Per un attimo il magistrato ebbe l’insopprimibile voglia di fare sgombrare l’aula o, al limite, di scappare da solo, in costume da bagno, attraverso le vie della cittadina, verso il mare che sempre più ipnoticamente sembrava richiamarlo; gli sembrava di sentire il rumore della risacca, lo stesso che tante volte fin da bambino per ore s’era fermato ad ascoltare, seduto sulla riva, lasciandosi ipnotizzare dallo spumeggiare delle onde.
“Non ha importanza” scartò esistenzialmente il giudice “vada avanti, dica quello che vuole.”
“È importantissimo, scherza? Ormai viviamo nel dominio di internet, l’era della tecnologia, la velocità; nessuno vuole più fermarsi a riflettere, solo io su internet combatto questa battaglia per salvare il decoro, il valore della conoscenza, anche attraverso i dettagli, i particolari. Sono importanti i particolari, sa?”
“Immagino, ma in concreto…” interrogò sollevata la mano sinistra del giudice, tutte le dita unite verso l’alto, a formare quel punto interrogativo a forma di carciofo che l’intonazione della voce non aveva avuto la forza di formulare.
“In concreto, mi hanno plagiata, tormentata, hanno limitato la mia libertà, non mi potevo più esprimere, dire quello che pensavo, per anni e anni mi ricattavano, vostro onore”, disse d’un fiato la parte attrice.
“Ecco!” s’illuminò il magistrato alla parola ricatto, il primo concetto giuridico che incontrava in quella causa, sebbene un eventuale approfondimento appartenesse al suo collega del penale e non propriamente alla sua competenza, ma purtuttavia era un concetto giuridico e non grammaticale o l’evocazione di remoti, quanto inconferenti, precedenti giudiziari.
“Ecco! Mi dica, la prego, del ricatto; che facevano, cosa minacciavano, quali suoi segreti possedevano? Dica, dica.”  

“Dico! certo che dico” riprese la donna, interpretando un po’ troppo liberamente l’autorizzazione del magistrato a dire le cose con una certa libertà, “mi tormentavano perché conosco i congiuntivi e lo sottolineo.”
Il magistrato pronunciò mentalmente la più formidabile bestemmia della sua vita, stringendo i braccioli della sua sedia fino a farsi male alle giunture delle mani, assentendo penosamente col capo affinché la donna proseguisse la sua narrazione.
“Mi ricattavano, perché non volevano che dicessi la verità sui loro congiuntivi, ero una persona scomoda, come Enzo Tortora.”
“Cara signora Anelli – provò a spiegare il magistrato – Tortora non era scomodo, fu fatto il suo nome da un pentito solo perché questi voleva… ma lasciamo andare; mi dica piuttosto di questi ricatti. Lei sa, vero, cos’è un ricatto? Come coartavano la sua volontà, cosa la costringevano a fare o non fare?” tentò un’ultima volta il giudice, afflosciato sul suo scranno.
“Si coartavano, bravissimo, coartavano – quanto mi piace questa parola – senza pietà. Dovevo quotidianamente – non ho detto ogni giorno, eh! – quotidianamente fingere entusiasmo di appartenere con gioia a quella combriccola” concluse trionfalmente la parte attrice Appia Anelli.
“Si, perdio, questo lo ha riferito anche il testimone che il suo avvocato ha citato la scorsa udienza, quel signore dai tantissimi nomi che ora non ricordo. Ho anche riletto il verbale di quell’esame testimoniale, egli ha detto solamente che lei gli aveva riferito la circostanza, non le modalità. Non abbiamo nessun fatto, neppure de relato” concluse affranto il giudice.
Al de relato gli occhi della parte attrice Appia Anelli brillarono di una gioia selvaggia: “Ho fatto il liceo classico, sa?”
“Ma porc…” si fermò in limine il magistrato, rendendosi conto che stava per trasformare in atto quello che poco prima era stato solo un peccato ‘in pensieri’.
“Bene, molto bene, concluda” sorrise il giudice.
“Sono anche campionessa nazionale di lento fumo, col loro club ho vinto il titolo badi, e qual è – lo scriverei senza apostrofo le rammento – la ricompensa? minacce, ritorsioni, ricatti, capisce ricatti! Anni e anni di ricatti, a me! Io che ho sempre lottato per i diritti degli esseri umani, per la loro dignità, per la cultura, la verità, anche se fa male, lo so”; nel dire le ultime sette parole la voce della parte attrice aveva preso una strana intonazione, come di cantilena, un motivetto faceva capolino.
“Bene, molto bene” ripeté il giudice alzandosi, e così sottintendendo la conclusione di quell’udienza, la cui voglia di giudicare s’era fatta urgente, urgentissima.




martedì 18 novembre 2014

La pipa di Frastanite



La pipa di Frastanite

Milano, anno 2014
Calogero, dopo aver girato un paio di volte tra gli ampi cortili per trovare il numero del portellone corretto, prese finalmente dalle tasche la chiave che aveva trovato assieme alle indicazioni del garage. Nei giorni precedenti aveva maturato una certa curiosità per quello che avrebbe potuto trovare in quel magazzino nella periferia della città. Non era riuscito ad andarci prima perché era stato impegnato con tutte le altre pratiche più imminenti, relative all'eredità del padre appena defunto.
Quando entrò e lasciò che la vista si abituasse al buio dello stanzino, non poté fare a meno di sorridere realizzando che quel posto era stato destinato, dal suo vecchio, esclusivamente alla raccolta della sua enorme collezione di pipe. «Come se non ne avessi già trovate a sufficienza sparse per la casa»,  pensò Calogero.

Iniziò a curiosare tra gli scaffali, con una certa ironia. Nonostante avesse sempre disapprovato quel vizio del padre, unito al collezionismo maniacale, non poteva fare a meno di trovare un certo fascino in tutti quei piccoli pezzi di radica dalle forme più svariate.
Prese, dentro di se, ancora una volta un po' in giro il padre per quella ossessione di comprare centinaia di pipe, che nemmeno aveva il tempo di fumare. Diceva che ne era attratto esteticamente, lo "chiamavano". E quando Calogero gli faceva notare che molte parevano uguali tra loro, gli rispondeva: «mi piacciono le microvariazioni».
Finì per guardare dentro una scatola polverosa, riposta in una mensola più alta, dove c'erano alcune pipe, ognuna dentro la propria custodia rigida. Aprendone qualcuna, vide che erano di un colore bianco seppia, in un materiale diverso dalla solita radica.
Rimase colpito da una in particolare, la trovava vagamente inquietante. Il fornello aveva la forma di una testa composta da due mezzi volti. la metà raffigurava un uomo barbuto, che sembrava provenire da secoli addietro e l'altra metà un volto di donna, triste, angosciato, con incastonata una perla rossa nell'occhio.
Continuò a fissare questa perla, come rapito, quando una luce rossa invase improvvisamente il piccolo garage.

Regno di Tuskar, anno 1613
Emeliah, col volto parzialmente celato dal suo velo color ocra, spazzava il pavimento di casa.
Era un pomeriggio particolarmente torrido a Ismabul, ella compiva ritmicamente i suoi movimenti, ma i pensieri sembravano vagare altrove. Le sue esili braccia  mostravano dei lividi e lo sguardo- rivolto al laboratorio del suo uomo, Mercurium, al di la del cortile- era intriso di rabbia e disprezzo.

La vita di Emeliah era sempre stata colma di sofferenze, gran parte causate dalle figure maschili della sua vita. Il suo temperamento ribelle e orgoglioso male si adattava ad un mondo dove le donne parevano esistere solo per obbedire al volere degli uomini, veri dominatori dell'antico regno di Tuskar.
Il padre era un nobile della città di Eskasam, ad Est dell'impero, vicino alla capitale. Era la sua unica figlia, ed egli a modo suo l'amava. Ma era un uomo di indole lunatica ed iraconda e nel regno di Tuskar una donna doveva essere fiera di poter servire da valvola di sfogo occasionale di un uomo. Era segretamente dedito alle arti occulte, pratica severamente vietata dal sovrano, e non risparmiava ad Emeliah delle punizioni crudeli quando lei – da sempre curiosa e particolarmente sagace- osava ficcare il naso nei suoi laboratori.
A ventun anni, la diede in sposa a Tolloius, valoroso guerriero del sovrano, che la condivideva con altre tre mogli. Il suo temperamento troppo poco remissivo e indipendente non l'aveva mai resa simpatica alle altre tre consorti, che la tenevano quanto più distante possibile. Ma Emeliah invece di soffrire per questa emarginazione, sembrava riderci sopra beffarda e questo atteggiamento contribuiva ad indispettire ed inquietare le sue tre coinquiline.
Anche Tolloius non apprezzava certi tipi di atteggiamenti in una femmina, ma l'indipendenza di Emeliah era molto sottile, non esibita, ed Egli non aveva certo il tempo,ne l'attitudine, di scrutare a fondo  la personalità delle proprie mogli.
Le cose peggiorarono quando Franska, una di loro, giurò al valoroso guerriero di avere più volte scoperto Emeliah mentre praticava degli strani riti con amuleti e libricini. Tolloius, adirato, rovistò tra tutte le sue cose e alla fine trovò quello per cui era stata accusata. Andò su tutte le furie e al grido di "strega!" inizio a picchiarla selvaggiamente
Franska e le altre due spiavano impaurite la scena dalla porta socchiusa delle loro camere. L'inquitetudine si trasformò in orrore quando nello sguardo di Emeliah, mentre veniva picchiata, vi scorsero, tra le smorfie di dolore, un sorriso beffardo e crudele.
Da quel giorno, le tre mogli di Tolloius non rividero più Emeliah. Egli non ne parlò più e nessuna di loro tre osò chiedere qualcosa in merito.
Nessuno seppe come, ma Emeliah si ritrovò a Ismabul, una cittadina sul mare all'estremo Ovest del regno, lontana dalla capitale e dalla sua influenza, luoghi in cui ci finisce molta gente a cui non piace che vengano fatte loro domande.
Nonostante la sua forza e il suo orgoglio, era consapevole che in quelle terre una donna sola non aveva molte speranze di sopravvivere, così finì per farsi prendere come amante da Mercurium, un artigiano della città. Egli scolpiva pipe per fumare ed altri oggetti con un particolare materiale che egli stesso estraeva tra le insenature rocciose della costa: la Frastanite.
Oltre che artigiano e scultore, Mercurium era noto per essere un poco di buono. Si diceva che gestisse dei traffici di materie prime e pietre preziose rubate e viveva dunque piuttosto isolato tra la sua abitazione e il laboratorio oltre il cortile, dedicandosi - oltre che alle sue sculture- all'alcool, al fumo di pipa e agli altri affari più loschi. Ad Emiliah stava bene così. Dato i suoi trascorsi e le accuse di stregoneria, voleva stare più lontana possibile dalla gente e farsi notare poco.
Nonostante quello che aveva passato, Emeliah non aveva abbandonato l'interesse per le arti occulte, teneva ancora con se tutti i libriccini con appunti rubati al padre ed esperimenti fatti da lei stessa. Quando Mercurium era fuori casa, ella si intrufolava nel laboratorio e studiava i segreti e le potenzialità nascoste delle pietre e delle gemme con cui l'amante trafficava. Ma in particolare era attratta da quello strano materiale, la Frastanite. Era un minerale duttile, ma resistente, pareva essere immune dalle fiamme. Spiava Mercurium mentre fumava le sue pipe bianche. Col tempo, il colore immacolato iniziale,  si riempiva pian piano di segni sempre più scuri e ad Emeliah, pareva che quei disegni misteriosi rivelassero l'anima del suo fumatore.
Passava il tempo ed Emeliah affinava sempre di più le sue arti magiche. Quando andava nel laboratorio era sempre molto attenta a rimettere tutto com'era prima e sopratutto teneva d'occhio la strada per assicurarsi che il suo uomo non fosse di ritorno.
Una sera, dal laboratorio si udì un grido. era un grido di gioia, anche se metteva i brividi. Veniva da Emeliah, era forse riuscita in un incantesimo cui da tempo studiava e sperimentava senza successo. Tra le mani aveva una pipa che lei stessa aveva intagliato dal blocco di Frastanite, raffigurava una testa composta da due mezzi volti: quello del padre -primo uomo che ha odiato e archetipo di tutti gli altri- e quello suo. Nell'occhio del suo mezzo volto aveva conficcato una piccola pietra rossa che, chissà per quale arcana ragione, continuava a brillare.
Emeliah sentì aprirsi la porta alle sue spalle, il suo riso si tramutò in sgomento e un brivido le corse lungo la schiena. Presa dalla gioia del suo esperimento riuscito, non aveva udito Mercurium che tornava. Assieme a lui c'erano altri due uomini che la guardavano contrariati.
«Mercurium, è così che tieni cura delle nostre pietre preziose? Facendole maneggiare da questa donna?» disse uno di loro
«vi chiedo perdono, questa scellerata è la mia amante, si occupa del mio piacere e della cura della casa. Per dimostrare tutto il mio disappunto per questa offesa, le toglierò immediatamente la vita, io stesso».
Nell'udire queste parole e vedendo Mercurium estrarre il pugnale dalla fondina, Emeliah si irrigidì di terrore, ma fu solo un attimo, pensò a quello che aveva appena creato, strinse forte la pipa che aveva in mano e rise, mentre Mercurium con rabbia le tagliava la gola.
Una luce rossa improvvisamente illuminò il laboratorio e i volti stupiti dei tre uomini, fino a che venne risucchiata completamente dalla gemma incastonata nella pipa.

Milano, anno 2014
Calogero continuava a chiedersi per quale ragione si fosse messo a rovistare tra i cartoni per cercare  del tabacco. Non era mai stato un fumatore e in tutti gli anni di frequentazione delle pipe del padre, non gli era mai passato per la mente di provare ad accendersene una. Adesso, dopo aver rimirato per un po' quella strana pipa bianca coi due mezzi volti, gli era venuta improvvisamente voglia di provare a fumarla.
Trovò una busta verde a quadretti con uno stemma rosso come logo. «Questa andrà bene», pensò. L'aprì e ficco il tabacco dentro la pipa, stupito lui stesso per la naturalezza con cui compiva quel gesto mai fatto prima. Accese un fiammifero e finalmente imboccò la pipa avvicinando la fiamma al fornello.
Appena emise i primi sbuffi di fumo, la gemma rossa si illuminò. Calogero si sentì come bruciare dentro, cadde a terra divincolandosi senza capire cosa gli stesse succedendo.
Di colpo si calmò. La gemma rossa aveva smesso di splendere, si alzò da terra con un sorriso crudele e trionfante. « Ce l'ho fatta! La mia anima è ora nel corpo di un uomo! Non so quanto tempo è passato.» Emeliah, incarnatasi nel corpo di Calogero uscì dal portone metallico del garage e di fronte ai suoi occhi increduli, gli si rivelò una distesa grigia infinita. Asfalto e blocchi di cemento quadrati, tutti uguali, disposti uno accanto all'altro. Quello che vedeva era l'ampio cortine, coi garage a cui quella zona periferica era stata destinata.
«In che razza di epoca mi sono ritrovata...» «Ma non importa, quello che conta è che ora sono un uomo. Per tutta la vita ho subito l'ingiustizia di nascere donna e finalmente posso far parte della specie dei dominatori e fare quello che voglio!»
All'improvviso una figura femminile arrivò e si fermò di fronte ed Emeliah. Non capiva che razza di abiti indossasse, non ne aveva mai visti di simili. La donna continuava a guardarla e lei rimase per qualche istante in silenzio, senza sapere cosa dire, quando si ricordò che ora lei era un uomo e poteva fare quello che voleva.
Non fece però tempo a parlare che la donna la anticipò: «Calogero! Ma cosa stai facendo imbambolato davanti a quella porta? È tutto il giorno che ti aspetto! Dovevi venire a vedere se c'era qualcosa di valore in questo garage di tuo padre, vediamo che c'è qui dentro..»
«Ecco! Pipe pipe e ancora pipe, cosa speravi mai di trovare. Dai, adesso muoviti che devi passare a prendere i bambini a scuola e poi devi ritirare la mia macchina dal carrozziere.. e smettila di stare fermo li come uno scemo, andiamo!»

mercoledì 21 maggio 2014

Classifiche di Cagli

 Ecco le classifiche della Gara di Cagli

Per la seconda apparizione nel campionato italiano i "Totali Imbecilli con la Pipa" schieravano una formazione aggressiva e talentuosa, con due punte d'esperienza: Massimo Cola ed Emilia Orefice, il mediano esordiente Davide Barsotti e una difesa organizzata dall'aggressivo duo Calogero Rizzo e Simona Ciaccioli, alla prima prova nazionale.
Uno schema alla Nereo Rocco, che non puntava tanto allo spettacolo per lo spettacolo quanto al risultato
Risultato che è stato conseguito con un lusinghiero ottavo posto per club, davanti a titolatissimi Club Internazionali, che hanno dovuto arrendersi di fronte al duro catenaccio degli imbecilli che ha permesso al duo Orefice-Cola di giostrare in area con opportunismo classificandosi al 24° e 36° posto individuale (7° tra le donne la Orefice). Barsotti distribuiva gioco durante i 49'e10" del suo esordio. Mentre Rizzo e Ciaccioli, grintosi, chiudevano a contatto strettissimo al 47° e 48° posto. La Ciaccioli guadagnando perciò la ambitissima "Coppa Imbecille", assegnata al membro del Club capace di concludere la gara di lento fumo nel tempo più breve.

Arrivederci a settembre, per una appassionante terza prova



Classifica per club 


Classifica individuale


1
Gianfranco Ruscalla
Cerea Pipa Club
3:13:45
2
Toni Pascual
Barcellon
2:57:01
3
Mauro Cosmo
Fenice P.C.
2:56:15
4
Aldo Martini
Corsellini P.C.
2:51:50
5
Christian Dal Bò
Castello Conegliano
2:42:24
6
Luigi Gava
Castello Conegliano
2:42:13
7
Alessandro Corsellini
Corsellini P.C.
2:29:45
8
Franco Bonarini
Corsellini P.C.
2:28:11
9
Enzo Conia
Cerea Pipa Club
2:21:45
10
Sergio Sergi
Corsellini P.C.
2:07:55
11
Alberto Basciano
Castello Conegliano
2:07:18
12
Paolo Moccia
Cerea Pipa Club
2:05:00
13
Elda Cesco
Calumet
2:00:20
14
Pietro Cicognolo
Fenice P.C.
1:57:36
15
Luciana Pincin
Calumet
1:51:20
16
Elena Venturi
Legio Praetoria
1:50:20
17
Carlo Alessandrini
Legio Praetoria
1:47:30
18
Cinzia Cecconi
Legio Praetoria
1:46:56
19
Andrea Lamberti
Castello Conegliano
1:46:15
20
Giancarlo Fabbri
Corsellini P.C.
1:42:53
21
Luigino Bacchetto
Calumet
1:34:00
22
Vanda Pincin
Calumet
1:31:47
23
Valter Zavarise
Castello Conegliano
1:25:34
24
Massimo Cola
Totali Imbecilli
1:24:30

25
Angelo Avancini
Alto Garda P.C.
1:24:04
26
Marcello Salvi
Legio Praetoria
1:23:03
27
Giovanni Brovelli
Castello Conegliano
1:21:00
28
Davide Lazzarini
rimini
1:15:40
29
Lara Cinotti
Castello Conegliano
1:15:03
30
Luca Marchioni
Castello Conegliano
1:14:27
31
Giovanni Di Persio
Legio Praetoria
1:12:48
32
Mauro Di Domenico
Legio Praetoria
1:12:18
33
Giani Claudio
Rimini
1:10:50
34
Andrea Zuani
Alto Garda P.C.
1:09:04
35
Alberto Dal Bò
Castello Conegliano
1:07:58
36
Emilia Orefice
Totali Imbecilli
1:07:57

37
Grassi Paolo
indipendente
1:04:20
38
Ubaldo Bartolini
indipendente
1:01:50
39
Pasquale Cosma
Indipendente
1:01:45
40
Maria Cristina monterubbianesi
rimini
1:00:35
41
Davide Del Romano
indipendente
0:56:20
42
Luigi Gitto
indipendente
0:54:55
43
Alfredo Sottil
Castello Conegliano
0:54:25
44
Enrique Bernard
P.C. Madrid
0:50:06
45
Davide Barsotti
Totali Imbecilli
0:49:10

46
Tiziana Parma
rimini
0:47:30
47
Calogero Rizzo
Totali Imbecilli
0:47:23

48
Simona Ciaccioli
Totali Imbecilli
0:45:44

49
Piromalli Giacomo
indipendente
0:43:00
50
Alessandro Pompa
Indipendente
0:42:00
51
Paladini Roberto
indipendente
0:36:20
52
Ferdinando Cruciani
Cerea Pipa Club
0:31:15
53
Annalisa Lopin
Calumet
0:23:40


Classifica donne
 1
Elda Cesco
Calumet
2:00:20
2
Luciana Pincin
Calumet
1:51:20
3
Elena Venturi
Legio Praetoria
1:50:20
4
Cinzia Cecconi
Legio Praetoria
1:46:56
5
Vanda Pincin
Calumet
1:31:47
6
Lara Cinotti
Castello Conegliano
1:15:03
7
Emilia Orefice
Totali Imbecilli
1:07:57

8
Maria Cristina monterubbianesi
rimini
1:00:35
9
Tiziana Parma
rimini
0:47:30
10
Simona Ciaccioli
Totali Imbecilli
0:45:44

11
Annalisa Lopin
Calumet
0:23:40